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amore a prima vista (volpini italiani e altro)

2 feb 2016

Agenti di commercio. Giustizia e Diritto in Italia? Ma fatteci il piacere.....


Una moltitudine tronfia, incrocia la strada di molta gente abituata a sudare sette camicie per mantenere la famiglia. I primi hanno l’abitudine di gridare e pretendere i propri diritti, si dicono comprensivi e sbandierano la loro vicinanza a persone e situazioni variopinte. I secondi pur essendo maggioranza non hanno megafoni, appartengono a una categoria abituata a sbrigare tutte le faccende del quotidiano con le unghie e con i denti. Vivono sempre in salita spingendo un masso. Gli agenti di commercio sono tra questi! Svolgono un’attività in mezzo alla strada; caldo, freddo, pioggia non fa differenza; in alcuni settori s’imbattono con dei ricchi altezzosi e privilegiati, irrispettosi del fatto che per gli agenti il tempo è denaro, e se non fanno ordini non mangiano. A questo si aggiunge il fatto che, come altri lavoratori, guadagnano solo se lavorano, quindi è obbligatorio uscire anche quando malati, e non possono concedere tregua né a un figlio, né a un genitore infermo. Questo non è l’unico scotto da pagare per svolgere questa attività, c’è dell’altro. In un paese dove si strilla per ogni minima parzialità, avviene che una persona possa essere messa alla porta da una grande e “nota” industria italiana del farmaco, senza neanche un grazie, dopo 13 anni di onesto e duro lavoro. Impossibile? Assolutamente no! Una società offre a un agente un mandato, in attesa del contratto ma già lavorando, succede un imprevisto: la casa produttrice è venduta alla suddetta “nota industria”. Risolvere il problema sarebbe semplice, o la società iniziale fa un regolare contratto, oppure lo fa la “nota industria”. Questo non accade, è meglio tenere il venditore per la collottola. La prima società
gli presenta ogni mese su un comune foglio di carta il compenso dovuto, al quale il poveretto deve fare regolare fattura, mentre la “nota industria” dispone il lavoro del paria: oltre allo svolgimento dell’attività di vendita, invio giornaliero degli ordini con il computer di proprietà della “nota” industria, incasso assegni, contatto diretto con altri agenti, segretarie, spedizionieri, magazzini, direttori e capi area, corsi di aggiornamento, riunioni regionali e nazionali. Qui non stiamo trattando di furbi e del fesso, parliamo di una persona che versa in condizione di necessità, e se chiede spiegazioni sul modus operandi è scaricato senza problemi. Quando la società e la “nota industria” decidono di separarsi consensualmente, regolano i loro conti con signorilità. E il paria? Come se non esistesse per nessuno! Certo bussa un colpo a tutte e due, ricorda a entrambi che ci sono da saldare indennità di clientela, il Firr che è un fondo per la cessazione del rapporto, il preavviso mai ricevuto, e non solo! Per i 13 anni di lavoro svolto  sono stati versati all'Enasarco, ente previdenziale degli agenti di commercio, solo 2 trimestri di contributi, la conseguenza sarà una pensione più magra, d'altra parte era così o Pomì (tertium non datur, la terza possibilità era rimanere senza lavoro).  Il paria ora è diventato trasparente, nessuno ritiene di dovergli qualcosa, inutile qualsiasi conciliazione in memoria dei tanti anni passati insieme. La decisione in uno Stato di diritto è rivolgersi al Tribunale del lavoro, anche perché il paria sarà trasparente ma mangia tutti i giorni e ha pure una famiglia che dipende da lui. Inizia un’altra novella: l’avvocato presenta il ricorso e la data dell’udienza è fissata dopo ben 9 mesi! La famiglia anche se disperata va avanti, mancano 10 giorni quando l’udienza è rimandata per ulteriori 5 mesi. Certo si potrebbe ricorrere contro lo Stato italiano al Tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo, appellandosi alla lungaggine perché “dal  deposito del ricorso in cancelleria, all'udienza non devono trascorrere più di 60 giorni” e qui diventerà, se tutto va bene, un anno e passa, ma che ne sarà del nostro paria e famiglia? Ai furbetti che hanno tenuto il nostro per la collottola impensabile un rigurgito di coscienza, al Ministro della Giustizia, al Presidente del Tribunale del Lavoro, alla moltitudine che ha a cuore il bene dell’umanità ma se ne frega del vicino della porta accanto ricordiamo: è sulla sofferenza reale e su come l’affrontiamo, in prima persona, la differenza tra l’ESSERE (UMANO) e NON ESSERE. Daremmo notizia, indipendente da tempo e risultato della sorte del paria, svelando il nome della “nota” industria.
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